Ispirazione femminile secondo Hebe Studio

Hebe Studio – Gea Antonini, Federica Croce e Laura Zama sono tre designer italiane che hanno scelto di creare tailleur da donna, abilmente confezionati su misura e basati sulla tradizionale sartoria maschile, aggiungendo un tocco divertente e femminile.

Hebe Studio – L’idea di abito femminile è decisamente cambiata. Non è solo per uomini. Non è più relegato a occasioni formali e super eleganti e si sposa benissimo con tutti i momenti della vita quotidiana.  La diversità di tessuti, colori e tagli rende l’abito adatto ai vari impegni della giornata, a lavoro e non, versatile e soprattutto pratico. Si può giocare con gli accessori e diversificarne l’uso in base alle proprie esigenze. L’abito può essere abbinato al tacco a spillo per una cena romantica o un evento serale e anche a sneakers sgargianti durante il giorno.

Ciò fa capire come la donna può essere elegante e femminile restando comoda e sentendosi sempre sé stessa nell’abito che sceglie di indossare.

Una donna vestita Hebe Studio non passa mai inosservata. È una donna indipendente, fine che vuole sentirsi unica.

Stilisti e designer dovrebbero essere un’ispirazione, una guida, ma in nessun modo dovrebbero imporre la propria creatività. Questo è quello che Gea, Federica e Laura hanno deciso di perseguire la loro passione condivisa e credere nel loro sogno. Alla base di tutto una grande intuizione, un concept solido. Essere una guida, un’ispirazione e dare spazio all’idea di unicità. Non imporre il loro stile di design ma creare una linea continua tra l’abito e la donna che lo indossa.

Hebe Studio intuisce un nuovo modo di personalizzare: portare il processo di progettazione più vicino alle donne, per far esprimere il proprio stile e la propria creatività.

Ispirazioni

The Hebe Suit è una reinterpretazione dei classici abiti da uomo: nuovi stili, colori e tessuti. Esaltare l’indipendenza, l’eleganza e la femminilità di una donna, senza mai trascurare la praticità richiesta per la sua routine quotidiana.  Un abito ben fatto è versatile e adattabile ad ogni occasione. È un classico eterno, per ogni stagione e ogni donna. Le combinazioni di colore e tessuto sono le caratteristiche fondamentali.

Sartoria made in Italy

La modernità abbraccia la tradizione artigianale per garantire la migliore qualità. I designer lavorano a fianco di sarti tradizionali e seguono personalmente il processo di sviluppo di ogni singolo abito, dall’inizio alla fine: dalla selezione dei tessuti alla combinazione dei colori, e rivedere tutti i dettagli fatti a mano per garantire una vestibilità perfetta. Scegli tra diversi tessuti e infinite opzioni di colore.

Coronavirus:"Le aziende ora pensino a nuove forme di comunicazione"

Lo sentiamo per commentare l’emergenza Coronavirus che ha investito tutta l’Italia e che sta modificando il tessuto economico. Anche quello delle aziende del food e beverage. Il rinvio di tutti gli eventi enogastronomici sarà una grave conseguenza per le aziende di settore: “E’ un po’ presto per dire che cosa potrebbe cambiare -, ma siamo tutti d’accordo nel sostenere che piangersi addosso è la cosa più facile e inutile del mondo”. Dovremmo cercare di trovare delle buone opportunità da una grave situazione di emergenza: “in generale la comunicazione, anche a causa di questo evento, sarà soggetta a importanti cambiamenti.

Dal punto di vista della comunicazione l’Italia è molto arretrata rispetto a molti altri paesi del mondo. Sappiamo tutti che la pubblicità classica sta attraversando una grossa crisi. Questo perché nel nostro paese non siamo stati in grado di sfruttare le opportunità che internet e i social ci consentono. Tutto quello che siamo stati in grado di fare, e mi riferisco anche al settore enogastronomico, è stato quello di trasferire le pubblicità classiche nei social. Una cosa inutile. Perché in realtà bisognava imparare prima il loro linguaggio, e soprattutto quello dei video”.

“In rete circolano video bellissimi, ma non sono nostri, sono di paesi come gli Stati Uniti, la Francia, l’Inghilterra. La mia impressione è questa. Da un lato questa emergenza Coronavirus il segno lo lascerà. Perché ci saranno pochissimi eventi enogastronomici in giro per l’Italia.

A quel punto il mondo enogastronomico dovrà pensare a nuove forme di comunicazione”. Che possono andare in due direzioni complementari ed opposte allo stesso tempo: “Da una parte la rinuncia da parte delle aziende ai grandi numeri – dice – quindi la scelta di lavorare con poche persone, invitarle magari in cantina, nelle enoteche, appuntamenti con pochi opionion leder o pochi buyer, quasi inviti ad personam; dall’altro un recupero dell’advertising tradizionale, ma non per mandare in tv i soliti spot che in Italia sono inguardabili da oltre 20 anni, ma utilizzando le strategie e le tecnologie che la rete ci garantisce”.

Ed ecco le nuove sfide che le aziende devono affrontare: “Uno spot non può mai darci una sensazione gustativa reale – dice – ma proprio qui sta la sfida alla comunicazione. Ci sono dei settori che lo hanno saputo risolvere in maniera egregia. Ci riescono con quella che viene chiamata sinestesia, ossia riescono a fornire delle sensazioni gustative a partire dalle immagini; penso per esempio alle aziende che producono caffé o merendine, oppure il cioccolato. Ma guardando non solo al mondo del food e beverage, anche il campo dei profumi riesce a darci, attraverso gli spot, delle sensazioni olfattive. E allora perché non provare con il vino? Certo, c’è un vincolo semiotico, perché un’immagine è un’immagine e il gusto è il gusto. Ma questo deve essere il nostro punto di partenza, non di arrivo. Il limite che deve essere pensato come una sfida da affrontare e sperabilmente vincere”.

Insomma è tempo di cercare nuove strategie di comunicazione, e bisogna farlo con i professionisti della comunicazione.E bisogna muoversi in fretta: “Sto notando come le aziende in questo momento investano sempre meno in comunicazione.

Questo perché stanno usando quell’onda lunga che anni si chiama “gastromania”, cioè il fatto che i prodotti dell’enogastronomia si vendono un po’ per moda. Ma le mode ad un certo punto passano. E allora poi non si saprà più come fare, come vendere.

LENNY KRAVITZ DESIGNER A NEW YORK DI UN CONDOMINIO DI LUSSO

Edificio su 75 Kenmare è a due passi da Little Italy a New York.

In un mondo dove tutto è ‘cross-contamination’, perché non mischiare musica e design? Ci ha pensato Lenny Kravitz, factotum della musica, che ha disegnato gli interni di uno degli ormai tanti condomini di lusso a New York. Si tratta di ’75 Kenmare’, situato sull’omonima strada e numero civico, a NoLita (North of Little Italy), quartiere una volta popolato da squatter e ora diventato l’ultimo di quelli chic della Grande Mela, abitato soprattutto da ricchi millennial e Generazione Z.

75 Kenmare è stato progettato da Andre’ Kikoski, l’architetto di One Hudson Yards, mentre per Kravitz si tratta del primo progetto residenziale newyorkese per la sua azienda di design Kravitz Design fondata nel 2003. Per la società immobiliare DHA Capital che ha costruito l’edificio sfruttando un ex parcheggio-garage si trattava di trovare un designer che avesse conoscenza della zona e che potesse trasmettere il vibe del downtown cool. Non hanno dovuto cercare lontano visto che non a caso la Kravitz Design ha i suoi uffici a solo pochi isolati di distanza, su Crosby Street, a Soho. Kravitz, che tra le altre cose da giovane bazzicava a NoLita, è stato l’anello di congiunzione tra il quartiere e la visione dell’edificio. “Si trattava di restituire un po’ del sapore originario della downtown che ho vissuto negli anni ’80 – ha detto Kravitz in un’intervista -. Ricordo ancora quando tutti i miei amici occupavano loft che oggi costano 10 milioni di dollari l’uno!”.

Il designer ha quindi combinato quel senso di trasandato che caratterizzava il quartiere nel passato con le rifiniture di lusso che sono quasi di rigore della maggior parte degli edifici di lusso di Manhattan. 75 Kenmare è composto da 38 appartamenti su sette piani con un rooftop e un giardino terrazzato al secondo piano. Cosa caratterizza il design? “Ho voluto che fosse volubile, sexy e caldo” – ha detto Kravitz. Lo stile del design è un retro-feel con il vecchio che incontra il nuovo e cosi Kravitz, mantenendo fede all’ispirazione ’70 e ’80 della sua musica, mixa superfici lucide e dettagli eleganti a materiali e finiture più grezze, accostando ad esempio pareti a mosaico e superfici in nudo calcestruzzo. Non manca un tocco di Made in Italy con i piani cucina realizzati con marmo italiano. Gli appartamenti, inoltre, hanno grandi finestre che inquadrano lo skyline di New York.

L’edificio ha anche diverse amenità, tra queste una palestra, un garage all’avanguardia e negozi al piano terra. I prezzi degli appartamenti oscillano tra oltre un milione e 700mila di dollari a circa 12 milioni per un attico. Gli inquilini di 75 Kenmare, oltre ad avere il privilegio di vivere un appartamento dove aleggia il tocco artistico di Lenny Kravitz hanno anche a portata di mano alcuni dei ristoranti più alla moda della città, tra cui molti italiani, e negozi alla moda frequentati da trendsetter.


Aman lancia un marchio alberghiero focalizzato sul benessere ‘Janu’

Aman, il marchio di hotel di lusso è amato da oltre tre decenni. Per passare il tempo lontano dalla routine quotidiana di lavoro, affari, persone e affaticamento e quando vuoi la tranquillità nel posto più bello possibile senza che nessuno ti parli troppo, il lussuoso resort Aman è il posto che fa per te. Tuttavia, questa società alberghiera, considerata la società alberghiera più lussuosa del mondo, sta ora lanciando un secondo marchio chiamato Janu. La struttura manterrà i suoi principi fondamentali di lusso, opulenza e design straordinario nelle sue proprietà, sebbene ciò che cambia (molti diranno in meglio) è che questa sorella minore è molto più vivace e molto meno isolata esperienza di viaggio che lo rende adatto a una generazione più giovane a cui non dispiacerebbe le conversazioni sane e le amicizie che spesso iniziano nei viaggi. Janu differisce da Aman con un’enfasi sul “benessere sociale”, un pensiero che mira a riunire connessione e comunità sotto lo stesso tetto. 

Come hanno intenzione di farlo accadere? Bene per cominciare, ci sono lezioni di fitness incentrate sul gruppo e spazi pubblici in cui incontrare e impegnarsi in conversazioni diventa favorevole. Si parla di tour di street art guidati da proprietà o in una serie di ristoranti e bar, alcuni dei quali avranno DJ e spettacoli dal vivo per tutta la settimana. Offrono anche camere più grandi anche se le loro tariffe premium rimangono invariate qui.

Janu aprirà a Tokyo, Sveti Stefan, Montenegro e Al Ula, Arabia Saudita. Rispetto al prezzo medio di Aman di € 1.400 a notte, Janu fluttuerà nella gamma di € 1.000 a notte.

Un sogno chiamato Christian Louboutin: a Parigi in mostra le scarpe del desiderio

Trenta anni di carriera raccontati in dieci stanze (più una) tra prime creazioni – quelle senza suola rossa – e scarpe iconiche. In un luogo dell’infanzia dello stilista, viaggio nel gusto e nelle fonti di ispirazioni di un genio 

Parigi, tra il parco Bois de Vincennes e la porta est della città, il piccolo Christian Louboutin – basco in testa e cartella alla mano – esce dal liceo Elisa Lemonnier, nel cuore del XII arrondissement, e come tutti i giorni torna a casa passando davanti al Palais de la Porte Dorée, il palazzo dalla porta dorata. Sono gli anni ’70, Christian ha circa 12 anni ma la visione di questo edificio gioello dell’Art Deco lo cattura. I bassorilievi, la ricchezza delle sale interne che ospitano il Museo nazionale delle arti dell’Africa e dell’Oceania e l’Acquario tropicale di Parigi.

Un universo, dove bellezza ed esotismo si incontrano, nel quale il giovane Louboutin ama immergersi soprattutto nelle domeniche pomeriggio. Al suo ingresso un cartello invita le visitatrici a non camminare sui mosaici e lo fa con il disegno di una una scarpa dal tacco stilizzata. Un’immagine destinata a diventare un’ossessione per Christian che proprio a quella silhoutte si ispirerà per creare Pigalle, uno dei suoi modelli più popolari: un classico decolleté nero lucido con suola rossa che, anni dopo,  trasformerà il suo creatore da disegnatore di scarpe a icona

Nasce così il sogno di una scarpa che ora viene celebrata a Parigi proprio al Palais de la Porte Dorée dal 26 febbraio al 26 luglio con la mostra “Christian Louboutin: the Exhibition[ist]” curata da Olivier Gabet, direttore del Museo delle arti decorative di Parigi. Un nome – che spiega lo stesso stilista francese – “gioca sul concetto di esibizione e di esibizionismo perché mi piace dare un approccio più sovversivo alla mostra, nel quale esibendo le mie opere mi espongo in prima persona in maniera più intima”. 

In un luogo dei ricordi così caro a Louboutin – non a caso una delle sue prima creazioni si chiama “Maquereau” (sgombro) come un pesce visto al Palais de la Porte Dorée- le sue scarpe vengono esposte per raccontare trenta anni di carriera. Ma non solo. Il percorso, diviso in dieci aree, approfondisce le fonti di ispirazione, i riferimenti, le passioni e le collaborazioni tra le quali spiccano quelle con David Lynch, con Blanca Li, con l’artista neozelandese Lisa Reihana che per lui ha costruito un affresco digitale biografico o con i maestri delle vetrate artistiche della Maison du Vitrail. 

“Lo spazio senza precedenti che Christian Louboutin occupa nella moda contemporanea è dovuto anche al fatto che il suo lavoro ha radici nella cultura popolare, nel senso più nobile della parola“, spiega il curatore Olivier Gabet. Ed è lui a dividere il percorso espositivo in dieci tappe, più una. Si parte dall’anticamera, dove troneggia un disegno delle scarpa con il tacco vietata dal quale tutto ebbe inizio: lo firma Louboutin che scrive “La mia ossessione arriva da questo disegno…dal quale tutto ha avuto origine”.

L’artigianalità, Una Vera e Propria Forma Di Arte

Quando la passione si tramuta in professione vera e propria. Il nostro post della nostra ha come oggetto l’artigiano, il risultato di esperienza, eccellenza, volontà, impegno e cura dei dettagli. Essere artigiano rappresenta una scelta, la volontà di portare avanti la propria passione, nonostante tutto e tutti.

Parlando di lavoro, in ognuno di noi, infatti, esiste una passione nascosta. L’importante è riconoscerla, coltivarla e farla crescere. Se poi la stessa passione è condivisa da più persone, fare ciò che piace diventa più semplice. Facciamo un passo indietro. Per artigianalità si intende la particolare manifattura e/o produzione di tutto ciò che non è stato prodotto industrialmente e che è stato invece realizzato con lavoro prevalentemente, se non esclusivamente manuale, da parte di artigiani. Il significato più antico di artigianalità allude ad una vera e propria forma di arte.

Nella Grecia del V-IV secolo A.C., il significato di artigianalità era racchiuso in una parola, technè, che comprendeva insieme artigianato ed arte, proprio a dimostrare come questi due concetti siano legati fin dal passato. Manualità e artigianalità si traducono non solo nella qualità delle materie prime e del lavoro prestato, ma sono sinonimo anche di originalità, o unicità, e cura dei dettagli, per canoni estetici lontani da quelli imposti dalla grande industria. L’artigianalità, in quest’ottica, può essere anche sinonimo di lusso.

Passiamo anche a degli esempi pratici. Nell’alta moda, settore in cui l’Italia viaggia forte senza temere troppo la concorrenza, abiti e accessori vari sono caratterizzati, oltre che dalla rarità e qualità delle materie prime, anche e soprattutto dall’artigianalità, dal lavoro creativo e manuale di stilisti e maestri sarti. La manualità e artigianalità “made in Italy” racchiude tutta la bellezza dei nostri manufatti, la nostra cultura, la nostra identità. Pensiamo anche ai produttori di vino, professione che richiede una determinata professionalità, per studi, esperienza e acquisizione delle competenze necessarie in azienda. Una professione che impegna la gestione del vigneto in armonia con il clima e le disponibilità del luogo (idriche, nutrizionali, terreno, variabilità biologica), con le problematiche (sostanza organica, batteri, lieviti) al fine di ottenere il miglior risultato.

Essere riconosciuti come “industriali artigiani” è un valore costante nel tempo, e il mondo intero è affascinato dai prodotti della nostra terra, dalla cura nella scelta della materia prima, dalla ricerca di un’altissima qualità e creatività in ogni passaggio della filiera produttiva. E queste sono infatti le peculiarità di un artigiano con la A maiuscola, che deve essere il diretto responsabile nella scelta e nell’acquisto delle materie prime, attraverso la collaborazione con i migliori fornitori, selezionati sulla base dell’altissima qualità, affidabilità e capacità di innovazione dei materiali. Il rapporto con i fornitori è caratterizzato da stretti legami, frutto di un rapporto leale e duraturo nel tempo. In seguito, le elevate competenze dei protagonisti e la specializzazione nelle diverse fasi produttive fanno la differenza. E’ essenziale fornire un supporto attivo e costante, con controlli di qualità rigorosi e continui, che vengono implementati nelle diverse fasi di lavorazione.

In questo contento si inseriscono gli artigiani del caffè di qualità. Il mondo del caffè è ampio e variegato, ed è una sfida affascinante trasformare ogni chicco di caffè in emozione in tazza. Anche il nostro lavoro è il risultato di passione, davvero tanta passione. Dal 2013 nella nostra micro torrefazione mettiamo a frutto tutta l’esperienza di settore maturata negli anni e sperimentiamo ogni giorno nuovi caffè e nuovi profili di tostatura, ricercando sempre il perfetto equilibrio organolettico per ogni chicco. Con un occhio di riguardo alla tecnologia perché, si sa, bisogna restare sempre aggiornati.

Perché essere artigiani, come già detto e ribadito, rappresenta una vera e propria forma d’arte!

“Tradizione e innovazione, tra realtà e futuro: Villa Parens Wine”

Ogni vino ci racconta una storia,Prima di tutto è la storia delle sue origini, dei luoghi in cui è nato, delle terre che lo hanno generato e degli uomini che lo hanno prodotto. Sono storie ricche di umanità e di tradizioni, ed è bello lasciarsi sedurre dai racconti belli e seducenti, lasciarsi che accompagnano in un viaggio immaginario attraverso le terre del vino.

Il vignaiolo è competente e ricercatore, il ricercatore è colui che come tale non si accontenta, va avanti, persevera nello studio e nella sperimentazione, non si culla mai di aver valorizzato un territorio, inoltre perchè il vino ha bisogno di persone vere che si parlano guardandosi negli occhi.

Il vignaiolo ritiene di poter raccontare i suoi vini meglio di chiunque altro, non di rado a volte questa funzione si accosta ad alcuni personaggi, magari in tutt’altre faccende, viene assunta da opinionisti che poco o nulla sanno dei processi in vigna ed in cantina. Il consumatore attuale è (acculturato) cresciuto, è esigente, appassionato e pertanto cerca il vuole conoscere, ed è normale quindi che si rivolga a quella figura professionale che, dall’impianto del vigneto alla messa in bottiglia, può, con cognizione di causa, descrivere l’intero processo. 

Ecco perché risultano cosi determinanti, oltre al contenuto della bottiglia, il racconto della storia, delle origini, della fatica quotidiana, del rapporto con la terra, dei sogni realizzati, e di quelli ancora nel cassetto, per proporre e trasmettere emozioni, è fondamentale proporre emozioni.

Ce lo ha insegnato Giovanni Puiatti di Villa Parens, quando abbiamo chiacchierato con lui di vino.

Quanto conta raccontare il vino che si vuole vendere?
È fondamentale, perchè la qualità ormai è data come un prerequisito. Sapere aggiungere alle qualità organolettiche del prodotto un racconto, una storia,  che lo renda veramente unico, è quello che può determinarne il successo nel mercato. Soprattutto se nel messaggio si riesce a trasmettere un’emozione, oltre a chi siamo, che cosa facciamo e perché.

Che cosa va raccontato? il territorio, le persone o le caratteristiche del vino?

La componente umana è un elemento importante. Giovanni Puiatti è uomo che conosce il mercato internazionale, inoltre ci descrive che oggi essere imprenditore è passione, che deve alimentare un talento, in grado leggere il mercato. Per raccontare la sua, una storia lunga e vissuta, inizia con un padre innovatore ed esteta, che per primo cambia il rapporto con mondo vino, traslandolo da bevanda/alimento a momento emozionale/estetico, e quindi artistico. Perché, ci spiega, anche il vino prima di essere bevanda, è un’idea, nasce dall’uomo. Le storie aiutano a memorizzare quel che il produttore racconta, il perché lo fa, dove lo fa ed in generale tutti quegli elementi della sfera affettiva. La componente umana è l’elemento in più, per determinare il fascino ed il successo del mio vino.

Cosa conta nel racconto del vino?

Primo: Essere efficaci, riuscire, amo ad adottare il punto di vista del pubblico a cui ci rivolgiamo,se riusciamo ad intuire il cosa, i suoi interessi, trasmettere purezza e naturalezza. Le frasi fatte non trasmettono un messaggio emozionale.

Secondo: La strategia, perché è imprescindibile avere ben presente dove si sta andando, capire la comunicazione che ci circonda, sia dei competitor, che del territorio a cui si appartiene. Originalità, è la chiave per distinguersi e direi perseveranza.

Terzo: Evitare di concentrarci su dati statistici, aspetti tecnici, analisi chimiche. Il nostro cervello non è fatto per immagazzinare numeri, è più interessante dire come e per quale motivo è nato un vino o un progetto, ad esempio Villa Parens che rappresenta il sunto e la continuità della storia di famiglia, l’estensione di un sogno e la dichiarazione di un amore.

L’uomo è il protagonista del vino, l’interprete del suo farsi e con il ritmo del lavoro che rimane artigianale, condizionato dalla natura, dal tempo atmosferico, dagli usi, dalle tradizioni e dai gusti. Tutto questo ci conforta per il fatto che il vino non è mai casuale ne banale. Il vino è sempre portatore di valori sani, genuini, della terra e del gusto, della cultura alimentare. In una parola, quando l’amore per l’arte diventa vino è EMOZIONE.

“Arua: Lì, dove la tranquillità trova casa”

In dialetto altoatesino, “A rua” significa pace, spazi personali e affrancarsi dalla quotidianità. Il risultato è un luogo unico per rigenerarsi e sentirsi liberi da ogni pensiero; un complesso creato nel rispetto della natura che lo circonda.

Qui, sopra Merano, troverete un’oasi in cui il tempo si cristallizza nell’attimo del piacere: il design elegante e indimenticabili esperienze culinarie sposano la bellezza dei vigneti, degli alberi di olivo e dei frutteti della zona, rendendo le nostre ville un “rifugio dell’anima”. Per l’anima. Cogliete quell’attimo e date alla vostra vita un ritmo nuovo.

SEI APPARTAMENTI, SEI SOLUZIONI CONCETTUALI

Ambienti in cui sentirsi liberi. Fino in fondo.

L’ampiezza degli ambienti, le finestre che si affacciano su un paesaggio meraviglioso e i materiali naturali plasmano un’atmosfera incantevole. Qui, un design classico ricco di stile, mobili senza tempo e studiati dettagli costituiscono un inscindibile trait d’union.
L’esterno diventa interno con la terrazza che si pone come un’amabile estensione dello spazio abitativo. Dulcis in fundo, un panorama da acquerello in grado di ispirare.

Respirate l’atmosfera mediterranea del giardino impreziosito da un vigneto di 2,5 ettari, magari godendovi una buona lettura. In contrasto con questo scenario, cime scoscese, splendide e maestose, a portata di mano e di cuore…

Non importa se passeggiando nel nostro uliveto, tra quelli situati più in quota qui in Alto Adige, nuotando nell’Infinity Sole Pool riscaldata o rilassandosi nell’apposita sala relax con ampia vetrata: lasciate che la forza e la bellezza della natura vi infondi nuove energie.

Sapori

La colazione sarà servita ogni mattina direttamente nella vostra villa. Dolci e abbondanti prelibatezze regionali assicurano un inizio di giornata fenomenale.

E di sera, fiorisce un bouquet di squisite possibilità…

L’Arua Dinner: nel raffinato ristorante “Texel” situato al piano terra e con caratteristica cucina a vista. In vostra presenza viene proposto un allettante menu di 4 portate, che può essere gustato avendo il tramonto come sfondo.

Ready to cook: se si preferisce cenare da soli, invece, consegneremo le pietanze desiderate direttamente in villa. Dovrete solo terminarne la preparazione passandole, ad esempio, in padella. Per una favolosa cena intima con ingredienti e… ricetta compresi.

Dinner out: il padrone di casa, Otto Mattivi, vi vizierà nel ristorante Hidalgo proponendo il meglio della tradizione culinaria mediterranea. La pasta fatta in casa, i classici altoatesini, le specialità di carne e pesce alla griglia e il famoso Wagyu Beef Tasting, seguiti da dolci eccezionali, delizieranno il vostro palato.

Dall’autunno 2019, potrete godervi il piacere della carne di prima classe: Nel nuovo ristorante di specialità Aomi, anch’esso gestito da Mattivi, diverse varianti del delizioso Wagyu & Kobe Beef vi attenderanno a tavola. Un’esperienza di gusto indimenticabile…

Attraverso il servizio navetta, saremo lieti di organizzare le vostre trasferte per i ristoranti di Postal, situati a circa 25 minuti di trasbordo.

E cosa sarebbero queste delizie culinarie senza l’accompagnamento di un buon bicchiere di rosso o bianco? Potrete trovare vini selezionati anche nella vostra villa, a magnifica conclusione della serata. La possibilità di scelta è sontuosa grazie alle 600 pregiate etichette tra cui optare.

Lago Arredamenti: capacità innovativa e visionaria

Il territorio dà, il territorio riceve. È così che devono andare le cose. Certo, se l’azienda non fosse nata in un contesto come quello veneto – padovano per la precisione – puntellato di piccole aziende con le competenze necessarie a dare forma a molti suoi progetti, sarebbe stato difficile raggiungere i risultati attuali e quelli futuri a cui oggi aspira. Ma la capacità innovativa e visionaria dei figli di Giuseppe Lago – fondatore dell’azienda di arredamento negli anni 80 – è stata a sua volta motore di innovazione per un territorio e un modello imprenditoriale che, in certi casi, dimostrava di aver segnato il passo.

Ma andiamo con ordine: Daniele Lago – ultimo dei dieci figli di Giuseppe – è amministratore delegato dell’azienda di famiglia, mente e anima di un’evoluzione che, in poco più di dieci anni, ha portato da 3 a 35 milioni di euro il fatturato della società, presente in tutto il mondo con 400 punti vendita indiretti, 13 monomarca in Italia e quattro al’estero, e quasi 200 dipendenti . E che, soprattutto, ha imposto il brand come uno dei più dinamici del design italiano, artefice non soltanto di soluzioni per l’arredo originali e attente alle esigenze di un mondo in trasformazione, ma anche di formule commerciali e di marketing inedite, che in taluni casi hanno fatto scuola. Come il «Lago Apartment» lanciato nel 2009, ovvero la possibilità per un partner di mettere il proprio appartamento a disposizione dell’azienda, che ne cura l’interior, in cambio dell’impegno di aprire le porte di casa per promuovere i prodotti stessi di Lago, con eventi e attività di vario genere. Nel 2014 il progetto si è esteso alle strutture ricettive e commerciali, agli uffici e agli spazi real estate. Oggi il «Lago Design Network» è una rete che conta oltre 200 luoghi in tutto il mondo.

Ed è questa la cosa fondamentale per Daniele Lago: essere una comunità: «Quello che accade intorno a un tavolo è più importante del tavolo stesso», è uno dei suoi mantra. La comunità è quella da cui si parte, quella in cui si affondano le radici, certo: è la tradizione di ebanisteria ereditata dai nonni, sono i valori e la cultura che si respirano nella terra in cui si cresce.

Ma poi bisogna cambiare, evolvere: «C’è un’inerzia nei modelli familiari di impresa che ancora resiste nel Nord-Est e in generale in Italia – osserva -. Per me uscire da questa familiocrazia è fondamentale». Ed è quello che ha fatto Lago: «Pur riconoscendo il valore positivo e la qualità del lavoro di nostro padre – racconta – per prima cosa abbiamo cambiato la governance, aprendo a manager e collaboratori esterni, che hanno contribuito con un grande apporto di creatività e innovazione nella progettazione, nei processi produttivi e nella comunicazione».

Lago punta sui mercati esteri con in Marketing digitale

Oggi i fratelli Lago operativi in azienda sono tre: gli altri hanno preso altre strade. Perché, osserva Daniele, «la cosa più importante per fare innovazione è fare ciò che si ama, e non sempre in una famiglia tutti hanno voglia di lavorare nella propria azienda». Il capitalismo del domani, osserva Lago, si fonda sulla capacità di incentivare e motivare i propri dipendenti, facendone una squadra, mettendo assieme le idee. L’evoluzione digitale ha aiutato, costringendo le aziende a rivoluzionare i paradigmi di business, che oggi devono comprendere l’intero ciclo di vita di un prodotto, dalla sua progettazione alla sua commercializzazione e anche oltre, perché oggi un oggetto vive anche nella condivisione sui social del suo utilizzo e Lago è una delle più grandi community digitali del mondo dell’arredo, seconda soltanto a Ikea.

Adesso per l’azienda la sfida è diventare più internazionali: oggi l’export vale circa il 30% del fatturato ma, entro 4-5 anni, l’obiettivo è di rovesciare queste percentuali, anche facendo leva sul modello distributivo e di marketing molto incisivo, diverso da quello dei competitor, che va al di là del prodotto e parla a 25 milioni di persone attraverso i canali digitali.

“GLI ABITI E I GIOIELLI CHE HANNO CREATO LO ‘STILE MILANO’

In mostra a Palazzo Morando cambiamenti ed evoluzioni dagli anni ’50

Ogni città ha il suo stile e Milano, con la sua sobrietà, fatta di capi impeccabili e dettagli preziosi, frutto di alta artigianalità, è la capitale della moda: la mostra ‘Stile Milano’, aperta a palazzo Morando, dal 21 gennaio al 29 marzo, racconta come lo è diventata, grazie ad artigiani, spesso donne, che hanno permesso la nascita dei grandi brand.

Le ‘Storie di eleganza’ della mostra ideata da Mara Cappelletti, curata dalla stessa Cappelletti e Cristina Ongania con la collaborazione di Anna Cecilia Russo, uniscono il mondo dell’abito e del gioiello made in Milano sottolineando lo stretto legame che esiste tra il vestito e l’ornamento dagli anni Cinquanta a oggi. Dal dopoguerra in poi le sartorie, da Biki a Jole Veneziani, e i gioiellieri milanesi, da Buccellati a Cusi, da Faraone a Calderoni, hanno creato per le loro clienti abiti e gioielli personalizzati che esprimono un lusso non gridato ma ricercato e ‘su misura’. E nel 1952 le Case di Moda di Jole Veneziani, Vanna, Noberasko, Germana Marucelli, partecipando alla storica sfilata della sala bianca di Palazzo Pitti a Firenze, contribuiscono alla nascita dell’Alta Moda Italiana.

Two models in dresses designed by Jole Veneziani, 1956, Courtesy The Art Archive, Mondadori Portfolio, Electa Uno degli ‘ensemble’ in mostra al V&A-Victoria and Albert Museum di Londra in occasione della mostra dedicata all’ apporto che l’Italia ha dato al mondo della moda dalla Seconda guerra mondiale a oggi, Londra, 16 Marzo 2014.

Contemporaneamente nascono e prosperano altri atelier milanesi come Fercioni, Giuseppina Tizzoni, Ferrario, Selia, Pirovano, Biki e Gigliola Curiel. Questa – per le curatrici – è l’origine di ciò che eleggerà Milano capitale della moda.

La creatività non è solo nella realizzazione di oggetti, ma anche nel modo di indossarli, nella comunicazione, nel giornalismo, come mostra la ricerca svolta dalle curatrici in diversi archivi privati e pubblici, come quello del Gruppo Rcs e della Rai, dove sono state raccolte memorie, documenti e testimonianze delle sartorie e dei gioiellieri, la cui storia si interseca con quella delle famiglie milanesi.

 “La collaborazione con il Centro di Produzione Rai di Milano – spiega Cappelletti – ha permesso una ricostruzione e un’interpretazione dello stile, rendendo accessibile al pubblico un percorso che riporta nel presente quello che era la realtà dei diversi periodi del passato riguardante la città e i suoi personaggi. La ricerca ha permesso anche di rileggere, attraverso alcune delle penne più ironiche, intelligenti e fantasiose del giornalismo italiano, tra cui Camilla Cederna, Lina Sotis e Marisa Rusconi, i modi e le mode dell’uso e dell’acquisto del gioiello sullo sfondo degli avvenimenti sociali ed economici che hanno, in maniera diretta o indiretta, contribuito ai cambiamenti dello stile dal dopoguerra al giorno d’oggi”.

Ed ecco nell’allestimento, ideato da Maurizio Favetta e Antonio Pio Giovanditto, sfilare il boom degli anni ’50, i rivoluzionari anni ’60, gli anni di piombo, la spensieratezza degli anni ’80, il pop degli anni ’90 e il nuovo millennio.